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La Fondazione GIMBE compie 30 anni, Cartabellotta: “Oggi l’universalismo del Servizio sanitario nazionale è garantito solo sulla carta”

Nel 2026 la Fondazione GIMBE ha compiuto trent’anni. L’organizzazione nasce nel 1996 con l’obiettivo di promuovere l’uso sistematico delle evidenze scientifiche nelle decisioni che riguardano la sanità, sia sul piano clinico sia su quello delle politiche pubbliche. Nel corso di tre decenni la Fondazione ha sviluppato attività di ricerca, formazione e divulgazione scientifica, diventando un punto di riferimento nel dibattito sulla sostenibilità del sistema sanitario italiano.

Negli ultimi anni GIMBE si è distinta soprattutto per il monitoraggio delle dinamiche strutturali del Servizio sanitario nazionale: dal finanziamento pubblico alla carenza di personale, dalle liste d’attesa alla mobilità sanitaria tra regioni. Un lavoro di analisi che ha contribuito a portare dati e indicatori nel confronto pubblico sulla sanità.

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In occasione del trentennale abbiamo intervistato il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, per fare il punto sul rapporto tra scienza e decisioni politiche, sulla sostenibilità del sistema sanitario e sulle diseguaglianze territoriali che caratterizzano oggi l’accesso alle cure in Italia.

Trent’anni fa nasceva GIMBE con l’obiettivo di promuovere decisioni sanitarie basate sulle evidenze scientifiche. Guardando all’Italia di oggi, quanto quella missione è stata davvero recepita dal servizio sanitario e dalla politica?

Negli ultimi trent’anni l’uso delle evidenze scientifiche è certamente aumentato: linee guida e valutazioni di efficacia e sicurezza dei farmaci sono entrati stabilmente nei processi decisionali. Tuttavia il loro impiego non è ancora sistematico. In molte scelte di politica sanitaria le evidenze scientifiche vengono considerate solo parzialmente o in modo selettivo, soprattutto quando entrano in gioco vincoli finanziari, pressioni politiche o interessi corporativi. Per questo la missione di orientare le decisioni politiche e organizzative sulla base delle evidenze scientifiche rimane oggi più attuale che mai.

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Oggi la politica utilizza davvero i dati scientifici per prendere decisioni in sanità o prevale ancora una logica emergenziale e di breve periodo?

Purtroppo spesso si interviene per gestire criticità contingenti – come liste d’attesa o carenza di personale – piuttosto che con una programmazione di lungo periodo fondata su dati epidemiologici e demografici. Ne derivano misure spesso frammentarie o di breve respiro. La vera sfida è superare una gestione prevalentemente reattiva per costruire una governance strategica della sanità, basata su evidenze scientifiche e pianificazione.

Negli ultimi anni GIMBE ha spesso lanciato l’allarme sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Il sistema è ancora in grado di garantire davvero l’universalità delle cure?

Il SSN resta uno dei pilastri del welfare italiano, ma la sua sostenibilità è sempre più a rischio. Il definanziamento progressivo, la carenza di personale sanitario e l’invecchiamento della popolazione stanno aumentando la pressione sul sistema. Oggi l’universalismo è garantito solo sulla carta: l’accesso alle cure dipende in misura crescente dal luogo di residenza e dalla capacità di spesa delle persone. L’aumento della spesa sanitaria a carico dei cittadini e della rinuncia a prestazioni sanitarie rappresentano due segnali evidenti di una equità di accesso sempre più fragile.

Il divario sanitario tra Nord e Sud sembra crescere, come dimostrano anche i flussi di mobilità sanitaria registrati dagli ultimi dati. Quanto è diventato strutturale questo squilibrio?

Nel 2023 la mobilità sanitaria ha raggiunto € 5,15 miliardi, il valore più elevato mai registrato e in aumento rispetto ai € 5,04 miliardi del 2022. L’analisi dei saldi regionali mostra una vera e propria “frattura strutturale” tra il Nord e il Sud del Paese. In Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si concentra il 95,1% del saldo attivo, ovvero la differenza tra le risorse ricevute per curare pazienti provenienti da altre Regioni (mobilità attiva) e quelle versate per i propri residenti che si curano altrove (mobilità passiva). Sul versante opposto, i saldi passivi più rilevanti riguardano diverse Regioni del Mezzogiorno. Calabria (-€ 326,9 milioni), Campania (-€ 306,3 milioni), Puglia (-€ 253,2 milioni) e Sicilia (-€ 246,7 milioni) rappresentano le situazioni più critiche, a cui si aggiungono Lazio (-€ 191,7 milioni) e Sardegna (-€ 101,9 milioni).

Se dovesse indicare una sola scelta non più rinviabile per salvaguardare il Servizio sanitario nazionale nei prossimi anni, quale sarebbe?

Una stagione di rifinanziamento pubblico accompagnata da riforme strutturali guidate dai reali bisogni di salute della popolazione. Solo così sarà possibile garantire l’erogazione uniforme dei Livelli Essenziali di Assistenza e restituire al SSN i suoi princìpi fondanti – universalismo, uguaglianza, equità – che per decenni hanno rappresentato un modello riconosciuto a livello internazionale. Ma prima di tutto serve una visione, una scelta politica chiara: quale SSN vogliamo lasciare in eredità alle generazioni future?

Guardando a questo lungo percorso, che bilancio fa oggi: quanto è cambiato davvero il rapporto tra scienza, politica e sanità?

Il rapporto tra scienza, politica e sanità è certamente evoluto, ma rimane fragile. La pandemia ha dimostrato quanto sia indispensabile basare le decisioni su evidenze scientifiche solide, ma ha anche evidenziato come dati e conoscenze possano diventare terreno di confronto – e talvolta di scontro – politico. Per questo è sempre più necessario rafforzare una cultura delle decisioni basate sulle evidenze e una maggiore responsabilità istituzionale nell’utilizzare i dati scientifici per orientare le politiche sanitarie.

di Riccardo Vaccaro
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