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Emergenza pronto soccorso in Sicilia, Corrao: “Non è l’influenza: è il modello che non regge più”

I pronto soccorso siciliani tornano a riempirsi fino al limite. Barelle nei corridoi, pazienti in attesa di ricovero per giorni e indici di sovraffollamento che in alcuni ospedali superano ampiamente la soglia di sicurezza raccontano una crisi che, con l’arrivo del picco influenzale, si ripresenta puntuale.

A contribuire all’aumento degli accessi è la diffusione dell’influenza stagionale, trainata quest’anno dalla variante K del virus A(H3N2), indicata come nettamente prevalente dal sistema di sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità. Una variante caratterizzata da elevata contagiosità, ma che, secondo l’Iss, non determina un aumento della gravità clinica, con sintomi sovrapponibili a quelli dell’influenza stagionale classica. A preoccupare restano soprattutto le complicanze nei soggetti fragili come anziani, bambini piccoli e persone con patologie croniche.

Eppure, spiegare il collasso dei pronto soccorso come l’effetto diretto dell’influenza rischia di essere una semplificazione fuorviante. Per Salvatore Corrao, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Palermo e direttore del Dipartimento di Medicina Clinica e della UOC di Medicina interna dell’Arnas Ospedale Civico di Palermo, l’emergenza attuale non è stagionale ma strutturale.

“Non è l’influenza: è il modello che non regge più“, afferma Corrao, indicando nel sovraffollamento cronico il segnale più evidente di un sistema sanitario che lavora stabilmente oltre la propria capacità. Un problema che riguarda l’organizzazione degli ospedali, la medicina territoriale, l’uso delle risorse professionali e la formazione dei medici, e che nessuna gestione emergenziale può risolvere.

Professore Corrao, il sovraffollamento dei pronto soccorso viene spesso letto come una conseguenza del picco influenzale. È davvero così?

“L’esplosione degli accessi ai pronto soccorso durante il picco influenzale ha riportato al centro del dibattito pubblico una situazione ormai divenuta cronica. Indici di sovraffollamento medi superiori al 200%, con punte che superano il 400%, vengono raccontati come l’effetto inevitabile di una contingenza stagionale. Ma questa lettura è non solo riduttiva: è fuorviante e, in ultima analisi, pericolosa.”

Quindi l’influenza non è la causa principale della crisi?

L’influenza non è la causa del collasso. È semplicemente il fattore che rende evidente un sistema già strutturalmente fragile, che lavora stabilmente oltre la propria capacità per tutto l’anno. Attribuire la crisi a singole disfunzioni, alla ‘mancata programmazione’ o all’emergenza del momento equivale a trattare il sintomo ignorando la patologia.”

Dove si colloca, allora, il vero problema del sistema sanitario?

Il problema non sono le parti, ma il disegno complessivo. Il sistema sanitario non è in sofferenza perché alcune sue componenti non funzionano. È in sofferenza perché i modelli organizzativi su cui si regge – dentro e fuori l’ospedale – sono stati pensati per un’altra medicina, per un’altra popolazione, per un’altra complessità clinica.”

In particolare, quali sono i limiti della medicina territoriale e dell’ospedale?

“La medicina territoriale non è inefficace per caso: è costruita su un’idea di assistenza prestazionale e burocratizzata che non intercetta la multimorbidità.
Il pronto soccorso non è congestionato per abuso improprio: è diventato l’unico luogo che garantisce accesso, continuità e risposta clinica in un sistema frammentato.
Gli ospedali non sono ‘lenti’: sono organizzati per silos specialistici mentre gestiscono pazienti complessi, fragili, instabili.

Spesso si parla di “mancata programmazione”. È una spiegazione corretta?

La retorica della mancata programmazione è una scorciatoia concettuale. Invocare genericamente la ‘mancata programmazione’ è una formula rassicurante, ma povera dal punto di vista analitico. Si può programmare molto anche un sistema sbagliato. La vera domanda non è se si sia programmato abbastanza, ma su quali modelli si continui a programmare.”

Quali cambiamenti strutturali sarebbero necessari?

Se si vuole ancora sostenere un Servizio Sanitario Nazionale universalistico, il cambiamento deve essere strutturale.
Il primo pilastro è l’introduzione di un vero modello hospitalist di gestione internistica negli ospedali. Non un internista ‘di reparto’, ma una figura responsabile della presa in carico globale del paziente ricoverato, capace di governare la complessità, coordinare gli interventi specialistici e garantire continuità tra pronto soccorso, degenza e dimissione.”

Che ruolo possono avere le nuove tecnologie?

Il secondo pilastro è l’uso delle nuove tecnologie come strumenti strutturali di integrazione, non come sovrastrutture digitali. Condividere informazioni cliniche, piani terapeutici, fragilità e priorità assistenziali tra ospedale e territorio è oggi possibile, ma non ancora sistematico. Senza continuità informativa, la continuità assistenziale resta uno slogan.

C’è anche un tema legato alle risorse professionali?

Un altro nodo irrisolto riguarda l’impiego delle risorse professionali. Molti medici ospedalieri senior possiedono competenze cliniche elevate ma non sono più collocabili, per carico fisico e turnistica, nelle aree ad alta intensità. Spostarli sul territorio in presìdi di emergenza-urgenza filtro, in strutture intermedie o in nodi di raccordo ospedale-territorio sarebbe una scelta razionale.

E la medicina generale?

È indispensabile una deburocratizzazione radicale della medicina generale. Il problema non è la qualità dei medici di famiglia, ma il tempo clinico sottratto da adempimenti amministrativi che impediscono un reale ruolo di filtro, presa in carico e prevenzione delle riacutizzazioni.

Infine, il tema della formazione: quanto incide?

Non si può immaginare una medicina territoriale forte senza ripensare i luoghi in cui si formano i professionisti.
I reparti di Medicina Interna devono diventare centri formativi strategici per i futuri medici di medicina generale. Formare lontano dalla complessità reale significa condannare il territorio alla debolezza strutturale.

Professore, come si esce da questa situazione?

L’influenza passerà, come ogni anno. Il sovraffollamento no, se non si cambia il paradigma. Continuare a raccontare la crisi come una sequenza di emergenze stagionali significa accettare che l’emergenza diventi la normalità. La vera domanda non è se possiamo permetterci di cambiare modello. La vera domanda è se possiamo permetterci di non farlo.

di Riccardo Vaccaro
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