Il Mar Mediterraneo non è soltanto uno dei bacini più inquinati al mondo. È anche, sempre più, un sistema che restituisce quell’inquinamento sotto forma di cibo. Non si tratta più solo di un problema ambientale, ma di una questione sanitaria che riguarda ciò che mangiamo ogni giorno, anche se con margini di incertezza che la scienza non ha ancora del tutto colmato. Le microplastiche, frammenti inferiori ai cinque millimetri, sono ormai diffuse in tutto l’ecosistema marino e nel Mediterraneo raggiungono concentrazioni tra le più alte a livello globale. Secondo il United Nations Environment Programme e il World Wide Fund for Nature, questo mare rappresenta appena l’1% delle acque mondiali ma concentra circa il 7% delle microplastiche. Il punto, però, non è soltanto dove si trovano. È dove finiscono. E una parte di queste finisce nella catena alimentare.
Quanto ne ingeriamo davvero
Negli ultimi anni la comunità scientifica ha cercato di quantificare l’esposizione umana alle microplastiche, ma i dati restano incerti. Una delle stime più citate è quella dello studio commissionato dal World Wide Fund for Nature e realizzato dall’Università di Newcastle nel 2019, secondo cui una persona potrebbe ingerire fino a 5 grammi di microplastiche a settimana, un valore simbolicamente paragonato al peso di una carta di credito.
Tuttavia, è fondamentale chiarire che si tratta di una stima teorica, costruita su modelli e scenari, non di una misurazione diretta. Lo stesso European Food Safety Authority sottolinea che non esistono ancora dati sufficienti per quantificare con precisione l’esposizione reale dell’uomo alle microplastiche attraverso la dieta.
Altri studi offrono un ordine di grandezza più concreto. Una ricerca pubblicata su Environmental Science & Technology (Cox et al., 2019) stima che una persona ingerisca tra 39.000 e 52.000 particelle di microplastica all’anno solo attraverso il cibo, cifra che può salire fino a 121.000 includendo anche l’inalazione.
Dal mare alla tavola: come arrivano nel cibo
Il passaggio delle microplastiche dal mare al cibo è ormai documentato da numerosi studi. Le particelle vengono ingerite dagli organismi più piccoli, come plancton e molluschi filtratori, e da qui entrano nella catena alimentare. Secondo la Food and Agriculture Organization, la presenza di microplastiche nei prodotti ittici è ormai ampiamente documentata, anche se le quantità variano notevolmente a seconda delle specie e delle aree.
Le microplastiche sono state individuate anche in altri alimenti. Studi scientifici hanno rilevato la loro presenza nel sale marino (Karami et al., 2017) e in prodotti come miele e birra (Liebezeit & Liebezeit, 2014). Si tratta di evidenze consolidate, ma con concentrazioni molto variabili. È importante però evitare semplificazioni. A differenza di contaminanti come mercurio o PCB, la biomagnificazione delle microplastiche lungo la catena alimentare non è ancora stata dimostrata in modo chiaro. Più corretto è parlare di bioaccumulo e trasferimento tra organismi. Nel Mediterraneo, dove la concentrazione di plastica è particolarmente elevata, questo processo è verosimilmente più intenso. I molluschi, ad esempio, sono tra gli organismi più esposti perché filtrano grandi quantità d’acqua e trattengono le particelle sospese.
Cosa succede nel corpo umano
Il punto più delicato riguarda gli effetti sulla salute. Le microplastiche ingerite non restano tutte nel corpo umano, ma una parte, soprattutto quella di dimensioni molto piccole, può attraversare le barriere biologiche. Secondo l’European Food Safety Authority, le particelle inferiori a pochi micron possono superare la barriera intestinale, anche se la percentuale di assorbimento è considerata bassa.
Negli ultimi anni, tuttavia, sono emerse evidenze significative. Studi scientifici hanno rilevato la presenza di micro e nanoplastiche nel sangue umano (Leslie et al., 2022), nella placenta (Ragusa et al., 2021) e nei polmoni (Amato-Lourenço et al., 2021). Questo significa che l’esposizione non si limita al contatto esterno, ma può tradursi in una presenza interna all’organismo.
Resta però un punto cruciale. Gli effetti sulla salute umana non sono ancora pienamente compresi. Studi sperimentali, condotti su cellule o modelli animali, indicano possibili effetti come stress ossidativo, infiammazione e interferenze con il sistema endocrino. Ma, allo stato attuale, non esistono prove definitive su impatti clinici diretti nell’uomo. È una delle grandi aree di incertezza della ricerca contemporanea.
Un problema in crescita: il Mediterraneo e la Sicilia
La diffusione delle microplastiche è strettamente legata all’aumento della produzione globale di plastica. Uno studio pubblicato su Science Advances nel 2020 ha stimato che tra il 1990 e il 2018 l’accumulo di plastica nell’ambiente è cresciuto di circa 59 volte. Questo significa che l’esposizione umana è destinata ad aumentare, perché cresce la quantità di plastica che entra nei sistemi naturali e, di conseguenza, nella catena alimentare.
In questo scenario, il Mediterraneo rappresenta un punto critico. La sua natura di mare semi-chiuso favorisce l’accumulo dei rifiuti e rende più probabile la loro permanenza nel tempo. Per la Sicilia, questo fenomeno ha una dimensione ancora più concreta. L’Isola si trova al centro del bacino e ha un rapporto diretto con il mare, non solo economico ma anche alimentare. Il consumo di pesce e prodotti ittici è parte integrante della cultura locale.
Questo rende il problema immediato. Le correnti marine trasportano rifiuti da tutto il Mediterraneo e li concentrano lungo le coste. La qualità del pescato diventa così una questione non solo ambientale, ma anche sanitaria.
Europa e Italia: il vuoto sul piano sanitario

Giuseppe Antoci
Sul fronte normativo, l’Unione europea ha adottato misure importanti per ridurre l’inquinamento da plastica, come la direttiva sulla plastica monouso entrata in vigore nel 2021.
Queste politiche agiscono però a monte del problema, riducendo la produzione di rifiuti, ma non affrontano direttamente la presenza di microplastiche già diffuse nell’ambiente e nella catena alimentare.
Il nodo principale resta l’assenza di limiti sanitari. Ad oggi non esistono soglie normative per la presenza di microplastiche negli alimenti, a differenza di quanto avviene per altri contaminanti. Lo stesso European Food Safety Authority riconosce che i dati disponibili non sono ancora sufficienti per stabilire livelli di sicurezza. In Italia, la situazione è analoga. Le politiche si concentrano sulla gestione dei rifiuti e sulla prevenzione, ma manca un sistema strutturato di monitoraggio sanitario degli alimenti rispetto alle microplastiche. Proprio negli ultimi giorni l’’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo di rafforzare le politiche di tutela e contrasto all’inquinamento da plastiche. “Alla Commissione europea abbiamo chiesto di rafforzare le politiche di tutela del mare attraverso controlli più rigorosi, una riduzione concreta dell’inquinamento da plastiche, una gestione più responsabile delle attività marittime e una maggiore valorizzazione delle aree marine protette“ afferma Antoci. “Proteggere la vita marina – continua Antoci – significa anche difendere la salute pubblica. Per questo abbiamo chiesto alla Commissione come intenda monitorare l’attuazione del programma di azione per l’ambiente, con l’obiettivo di raggiungere l’inquinamento zero per le acque europee entro il 2030. Difendere il Mediterraneo significa difendere il nostro futuro. Serve un impegno europeo sempre più forte per tutelare questo patrimonio e garantire un ambiente sano alle prossime generazioni” conclude Antoci.
Un rischio reale, ma ancora da definire
Il quadro che emerge è complesso. Da un lato, sappiamo che le microplastiche entrano nella catena alimentare e possono raggiungere l’organismo umano. Dall’altro, non sappiamo ancora con precisione quali siano gli effetti a lungo termine sulla salute. È una zona grigia, ma non per questo rassicurante.
La presenza di microplastiche nella catena alimentare è ormai documentata. Quello che manca, allo stato attuale, è una valutazione chiara del rischio sanitario. Le evidenze scientifiche indicano che queste particelle possono entrare nell’organismo e, in alcuni casi, accumularsi in specifici tessuti, come mostrano studi recenti su sangue e placenta. Tuttavia, non esistono ancora dati sufficienti per stabilire quali effetti possano avere nel lungo periodo sulla salute umana. È proprio questo scarto tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo a definire il problema. L’esposizione è reale, ma non è ancora quantificabile in termini di rischio clinico. Nel Mar Mediterraneo questa dinamica assume un peso maggiore per via dell’elevata concentrazione di microplastiche e del ruolo centrale del pesce nell’alimentazione. Per territori come la Sicilia, dove il consumo di prodotti ittici è diffuso e quotidiano, il tema si traduce in una questione concreta di sicurezza alimentare. In altre parole, sappiamo che le microplastiche arrivano fino al cibo, ma non sappiamo ancora con precisione cosa comporti, nel tempo, ingerirle in modo continuativo.
