Sanità in Sicilia

Patologie croniche: la sanità siciliana a rischio sostenibilità

L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane ha reso pubblici i dati sulla prevalenza delle malattie croniche nella popolazione italiana, e lo ha fatto attraverso la pubblicazione del Rapporto Osservasalute 2018, redatto da un team multi-discliplinare coordinato dall’Istituto di Sanità Pubblica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, che ha documentato come le malattie croniche, lo scorso anno, abbiano interessato quasi il 40% della popolazione italiana, pari a circa 24 milioni di italiani, 12,5 milioni dei quali hanno presentato multi-cronicità, ovverossia la compresenza di più di una malattia ad andamento cronico.

E le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici in Italia raggiungerà la soglia dei 25 milioni di abitanti, mentre i multi-cronici saranno circa 14 milioni. Il bisogno di salute espresso dalla popolazione in termini di cronicità rappresenta la sfida principale per i sistemi sanitari evoluti, non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito le malattie croniche quali “problemi di salute che richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi”, tali da richiedere l’impegno di circa il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale.

A siffatta prospettiva di un costante incremento della domanda di salute in termini di malattie croniche, strettamente correlata all’incremento dell’aspettativa di vita delle popolazioni, che sono sempre più anziane, ed all’aumento della sopravvivenza, ascrivibile al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, al mutamento delle condizioni economiche e sociali, agli stili di vita, all’ambiente e alle nuove terapie, corrisponde un crescente impegno di risorse sanitarie, economiche e sociali.

I sistemi sanitari di tutto il mondo, quindi, sono chiamati alla sfida di realizzare un cambiamento dell’offerta assistenziale, che deve essere reindirizzata ad una appropriata gestione delle cronicità, cui deve corrispondere una revisione dei modelli assistenziali.

Questo è particolarmente vero per i Servizi sanitari pubblici, come quello italiano, la cui sostenibilità è messa a serio rischio. Pertanto, la sanità ospedalo-centrica, disegnata al fine di trattare le patologie acute, deve essere riorganizzata in un sistema integrato socio-sanitario, all’interno del quale l’assistenza nel territorio trova pari dignità rispetto a quella ospedaliera, che va sempre più razionalizzata e riqualificata per erogare cure ad elevata complessità.

In Italia, il Piano Nazionale della Cronicità, adottato in esito ad un accordo tra Stato e Regioni siglato alla fine del 2016, è stato concepito per rispondere all’esigenza di armonizzare, a livello nazionale, le attività di gestione della cronicità, per promuovere interventi basati sulla unitarietà di approccio, centrati sulla persona e orientati verso una migliore organizzazione dei servizi, nonché su una piena responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza.

A tal fine, il predetto Piano ha proposto l’implementazione di nuovi modelli organizzativi centrati sulle cure territoriali e domiciliari, integrate, delegando all’assistenza ospedaliera la gestione dei casi acuti/complessi.

È in questo contesto che andrebbero sviluppate le Cure Primarie (traduzione italiana della “primary health care” codificata dalla WHO), che si fondano su principi di equità, accessibilità, globalità degli interventi, su azioni intersettoriali coordinate, tecnologie appropriate, competenze dei professionisti, partecipazione degli individui, famiglie e comunità, sostenibilità dei costi.

Le Cure Primarie sono, quindi, erogate da più professionisti socio-sanitari che agiscono in team territoriali, il cui perno centrale è rappresentato dai medici di medicina generale, che dovrebbero operare in associazione ed a stretto contratto con gli specialisti del territorio all’interno di Unità Complesse di Cure Primarie, che in alcune Regioni hanno preso la denominazione di Case della Salute.

La “presa in caricodel cittadino dovrebbe essere garantita sulla base di Percorsi diagnostico terapeutico assistenziali (PDTA) tarati per patologia ed in funzione delle peculiarità di ogni singolo paziente. Ed accanto alle Cure Primarie dovrebbero essere sviluppate le Cure Intermedie, che si appoggiano a strutture sanitarie a valenza territoriale (gli ospedali di comunità, le Unità riabilitative territoriali, le Residenze sanitarie assistite di livello assistenziale intermedio)”, ovverossia strutture sanitarie residenziali di degenza extra-ospedaliera ad alta intensità assistenziale, a vocazione internistica o geriatrica o anche riabilitativa, da utilizzare quando l’ospedale, il domicilio e la residenzialità socio-sanitaria rappresentino dei setting assistenziali inappropriati.

Esse nascono con gli obiettivi prevalenti della stabilizzazione e del recupero funzionale del paziente fragile, unitamente alla gestione più appropriata delle degenze ospedaliere (prevenire i ricoveri ospedalieri inappropriati, garantire la continuità assistenziale in uscita dall’ospedale) e ad esse si accede previa valutazione multidimensionale del paziente, cui viene attribuito un piano assistenziale individualizzato.

Tuttavia, solo una esigua minoranza delle Regioni ha recepito il Piano nazionale delle Cronicità, se non in toto almeno in parte, e tra queste non figura la Sicilia. Né, fatta eccezione per le cosiddette Regioni virtuose in tema di sanità, le cure primarie e le cure intermedie sono state adeguatamente sviluppate o implementante: e, ancora una volta, tra le Regioni poco virtuose compaiono le Regioni del sud e, tra queste, la Sicilia.

Trattasi, peraltro, di quelle Regioni che stanno dilapidando il vantaggio di salute derivante dall’adozione in passato di corretti stili di vita e che, più di tutte, subiranno in futuro gli effetti del maggior carico di malattie croniche. La sostenibilità economico-finanziaria della Sicilia, in particolare, in assenza dell’adozione di politiche di sviluppo – è dimostrato come il prodotto interno lordo (PIL) di un Paese o di una Regione abbia ricadute dirette sullo stato di salute delle relative popolazioni e la Sicilia, purtroppo, ricade tra le Regioni a più basso PIL – e di adeguati investimenti in prevenzione e riorganizzazione dell’offerta assistenziale, a tutt’oggi eccessivamente spostata sul versante ospedaliero ed estremamente carente su quello delle cure territoriali e domiciliari, prima di ogni altra rischia nel breve periodo di essere messa in crisi dagli scenari di salute prima descritti.

E questo, al netto della possibile introduzione dell’annunciata autonomia regionale differenziata, in assenza di un cambio di paradigma culturale nella nostra società civile e nella nostra classe dirigente, acuirà le già significative differenze di salute tra nord e sud del Paese.

Fin quando non si affronterà il tema del mancato sviluppo ed implementazione delle cure primarie ed intermedie, il servizio sanitario nazionale pubblico, equo e solidale, e, in particolare, i servizi sanitari delle Regioni del sud, saranno a serio rischio di sostenibilità. Non è sufficiente efficientare l’accesso ai pronto soccorso, né potenziarne le dotazioni in termini di organico, tanto meno aver lavorato prioritariamente al riordino della rete ospedaliera regionale, ma tutte le evidenze dimostrano, di contro, come sia decisivo il ruolo di filtro che dovrebbe essere espletato dalla medicina del territorio e dal sistema integrato delle cure, laddove contestualizzato in un progetto di revisione complessivo del disegno della sanità siciliana.

Non si può fare a meno di auspicare che i nostri decisori regionali prendano coscienza dell’impatto di tali evidenze scientifiche ed epidemiologiche e, conseguentemente, dispieghino politiche espansive, nonché politiche sanitarie finalizzate a governare tali fenomeni ed a soddisfare i nuovi bisogni di salute.

È stato oltrepassato il livello di guardia ed i dati non lasciano spazio ad interpretazioni differenti. Resta la consapevolezza che le decisioni assunte dalla politica, oggi, avranno un impatto decisivo sulla salute dei siciliani, da qui ai prossimi lustri.

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