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Ancora aggressioni ai medici: analizziamo il problema e cerchiamo le soluzioni di Salvatore Corrao

medici

Le notizie di aggressioni a medici ed infermieri continuano nonostante il clamore dei mesi scorsi, le prese di posizione della politica, assessori e ministri, dei sindacati, degli ordini dei medici e degli infermieri. In realtà continuiamo a sentire di aggressioni sempre ed esclusivamente  nelle guardie mediche e negli ospedali pubblici e mai nelle cliniche private senza pronto soccorso.

Già il 22 aprile 2018 scrivevo che non bastano proteste e solidarietà ed oggi mi ritrovo a ribadire quanto già detto e sottolineare che anche declamare provvedimenti legislativi per inasprire le pene contro le aggressioni non porterà a concentrarsi sulle vere soluzioni. O le vere soluzioni non convengono o peggio non interessano a nessuno?

Le persone che ritengono di non avere soddisfatto il proprio bisogno di salute o peggio i parenti che non capiscono cosa si stia facendo al proprio familiare sulla scorta della propria educazione e del proprio vissuto possono avere reazioni anche violente. Giusto? Ovviamente no ma il vero problema è la mancata risposta e non certo per incompetenza da parte del personale sanitario. Quali possono essere le cause al di là della maleducazione e aggressività gratuita che non si può certo escludere?

Questo è l’elenco:

1.    Assenza di personale deputato alla sicurezza (soprattutto in determinati contesti come le guardie mediche e i Ps);

2.    Personale non dedicato all’accoglienza o non sufficientemente addestrato;

3.    Assenza di supporto psicologico ai familiari;

4.    Personale non sufficiente;

5.    Eccesso di  domanda come nei pronto soccorso.

Certamente indignarsi o fare proclami non costa nulla ma per dimostrare che siano sinceri bisognerebbe recuperare la capacità di analizzare correttamente i problemi e di produrre conseguenti azioni efficaci. Se il personale è complessivamente carente e mancano le figure per gestire ed accogliere i flussi di persone allora la soluzione è investire di più in personale e rendere i servizi più efficienti ed efficaci anche da un punto di vista della qualità percepita, non lasciando ai pochi professionisti, spesso stressati, il compito di affrontare anche problematiche che non appartengono alla professione.

Un discorso a parte meriterebbe il rapporto tra pronto soccorso e territorio e quello tra pronto soccorso e rimanente parte dell’ospedale. Per ridurre gli accessi ai pronto soccorso bisognerebbe ripensare l’approccio alle patologie croniche soprattutto a quelle che facilmente vanno incontro a instabilità clinica o sono così complesse da richiedere un coordinamento delle attività diagnostico-terapeutiche da parte degli specialisti ospedalieri.

Dovrebbe essere così anche con un territorio che funziona in grado di comunicare con l’ospedale e cogestire i pazienti cronici complessi. Ma questo problema non sussiste visto che il territorio spesso è latitante e gli assessorati continuano a produrre percorsi diagnostico-terapeutici (cosiddetti Pdta) non sottoposti ad un effettivo monitoraggio e mentre la popolazione diventa sempre più anziana e con più comorbidità che fanno fallire i singoli Pdta.

A tutt’oggi continuiamo ad assistere inermi ad un inadeguato utilizzo di risorse, una rete ospedaliera che parcellizza ancora di più i servizi senza promuovere integrazione ed economia di scala, con una popolazione che manifesta chiaramente insoddisfazione e sfiducia verso il servizio sanitario.

Val la pena di ricordare ancora una volta che è tempo di recuperare la capacità di analizzare correttamente i problemi e di produrre conseguenti azioni efficaci.

 

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